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“Il senso dell’arte è uno dei tratti antropologici fondamentali nell’uomo: esso lo accompagna nella sua evoluzione, ne forma il gusto, ne indirizza le scelte e ne stabilisce il grado di civiltà.
Fare arte e vivere l’arte è quindi una necessità umana, non un’opzione”
Salvatore Lo Dico
Salvatore Lo Dico nasce a Joppolo Giancaxio nel 1957. E’ uno scultore per il quale l’arte significa e significherà sempre forma, la forma “naturale” che riconosciamo secondo modalità analoghe a quelle con cui percepiamo la realtà apparente, per esempio osservando quel triangolo capovolto così simile ad una maschera tribale.
L’esperienza estetica interiore del Lo Dico crea una rottura tra l’epoca contemporanea e quella precedente in fatto di scultura.
L’artista siciliano, originario della provincia di Agrigento, è in un momento importante della propria attività, già assai intensa, fatta di dedizione totale.
I contorni sono essenziali e ben delineati. Infatti “Nel tempo”-2005- l’opera si depura di ogni fisicità grezza, si astrae, diviene idea di se stessa.
Salvatore Lo Dico sa che la sua vocazione contemplativa chiede di rappresentare gentilezza, grazia di forma profondità di pensiero.
Il palpito del tufo, “Spazio chiuso e spazio aperto”, il movimento delle forme, nei quadri scultura “L’attimo e il tempo” in ferro, mirano ad estendere la sua poetica in una sfera emotiva intensa e drammatica per approdare ad uno sperimentalismo tutto personale. E’ nell’ultima produzione che ritroviamo l’impiego di ferro e lamiere, in“Blue moon” di lamiera dipinta su tela, la parvenza oggettiva delle cose si fa soprannaturale, l’immagine non più reale è sublimata, il supporto effettivo dell’artista è quello della mente, anche i temi affrontati si fanno vaghi (vedi l’opera “Sedimentazione- Rimozione” in ferro, pietra e argilla).
L’impiego del materiale ferroso, legato alle sfere dell’individualità e dell’irrazionale soggettività dell’artista, trova conferma in queste ultime elaborazioni dove è disposto lungo l’asse inclinato, quasi a voler sfidare le leggi della gravità (“Pegaso” in piombo fuso, metalli vari su compensato).
Esse sono la sintesi suprema di spazio e tempo, contemplazione e dramma, sentimento e azione. Come le sculture in tufo “Spirale chiusa” detta anche “Pathos”(2009) e “Spazialità archetipica”(2008).
Lo scultore siciliano è proiettato ad esaltare il nitore della materia levigata e la sinuosità dei corpi metallici, “Le onde” – scultura in ferro del 2009 – nel suo universo l’irreale convive col reale fino a farsi non più distinguibile da esso, unificati miracolosamente nell’artificio manuale: “Libere aggregazioni” ne è un esempio.
Il supremo artificio è la naturalezza, riuscire a riprodurre l’incanto di un pensiero che attraversa la mente e arriva alle mani dell’artista.
Elisa Carlisi